Inserito da: Rocco | 27 Giugno 2007

Credo mi voglia (seconda parte)

Continua da Credo mi voglia (prima parte) 

Sapevo che non avrei aspettato troppo prima che si rifacesse vivo. Ormai Luca era lanciatissimo nel telefonarmi e stava diventando un’abitudine ricevere tutte quelle chiamate. Comprese quelle mute nel cuore della notte.
Così fu. Solo che Luca non sapeva che così facendo stava abboccando all’amo.

“Non bene. Penso di avere qualche linea di febbre” – “No, davvero. Non ho bisogno di niente” – “Si, penso proprio che per oggi resterò a casa.” – “Non dirlo a me! La febbre con questo caldo proprio non ci voleva” – “Mi sono già tolto tutto di dosso. Con la febbre, il caldo mi sta dando alla testa.” – “Si, mi metto a letto e provo a dormire. Con una sudata dovrebbe passarmi” – “Ok, ci sentiamo”.

Mi faceva repulsione fare quella commedia, ma non potevo più tirarmi indietro.
Mi ero sembrato abbastanza languido nel tono di voce. E anche abbastanza allusivo. Nudo e sudato, metre giaccio sul letto e non in pieno possesso delle mie facoltà mentali. Beh! Ero quasi certo che… si sarebbe preocupato di come stessi e che sarebbe venuto a portarmi generi di conforto. Me lo immaginavo già, sulla porta, con lo sguardo da crocerossina e in mano un termometro. “Tieni, spero che ti possa servire in futuro visto che stai per essere colto dalla febbre gialla”. No, forse no. Avrebbe portato qualcosa di tipico. Come le arance ad un carcerato. Oppure si sarebbe orientato verso un qualcosa di personalizzato per mostrare che conosceva i miei gusti. Solo che questo significava che mi aveva osservato e studiato attentamente e l’idea di essere stato sotto il suo mirino mi provocò una sensazione di fastidio. Io ero un pesce nell’acquario e lui, fermo, davanti al vetro mi fissava? Comunque fosse, adesso i ruoli si stavano invertendo e il mio carnefice stava diventando mia vittima ignara. E avrebbe recitato per me la parte da protagonista che gli avevo assegnato.

Attivai microfoni e telecamere seguendo con diligente precisione le istruzioni che mi aveva dato Aldo. Poi aprì la porta.
Decisamente atipico come presente, considerato il mio stato di salute. Due bottiglie di vino. “Ma si che mi fa piacere – dissi recitando la mia parte – che tu sia passato a trovarmi” – “E poi eri anche di strada”. Mi accesi una sigaretta per dissimulare l’agitazione che mi stava assalendo. Mi sentì impreparato ad affrontarla. Come quando a scuola, sentendo chiamare il mio numero per l’interrogazione, mi maledicevo per non essere rimasto a casa a studiare il giorno prima. Decisi di adottare la stessa tecnica di allora. Mi mettevo in piedi con uno scatto deciso, e, come se non aspettassi altro, mi dirigevo verso la cattedra con passi dalla falcata ampia, per sottolineare il mio sentirmi pronto. Sperando in cuor mio che mi sarei ricordato qualcosa della spiegazione o che sarei riuscito a condurre le risposte alle domande su argomenti per i quali ero preparato. Insomma, facevo di tutto per non fare scena muta. Ed era quello che avrei fatto anche ora. Se non avessi ricordato qualche battuta del copione che avevo sceneggiato durante i giorni precedenti, avrei improvvisato.
La consapevolezza che in un modo o nell’altro sarei riuscito a fare andare avanti lo spettacolo mi diede coraggio. Spensi la sigaretta e presi a recitare.

“Si, lo so che non dovrei bere alcolici perchè ho assunto farmaci”. In realtà non ne avevo presi. “Dai, così brindiamo insieme”. Decisamente mi aveva osservato. Era il mio vino preferito. “E cosa festeggiamo? Le corna di Francesco?”. Tenni a freno la mia vena sarcastica e depennai dal copione quella battuta.
Fose gli diedi l’impressione di agevolarlo nel suo intento. Vedevo lucidamente, ormai, il copione proposto da Luca per quella serata. Qualche bicchiere di vino, freni inibitori allentati, lui che si avvicina sempre più, una pacca sulla spalla, un abbraccio fraterno, la mano sulla gamba, i visi a distanza ravvicinata e apparentemente nessun motivo per non baciarsi. In fondo aveva buone ragioni per pensare che la scena sarebbe andata così. E’ un copione abbastanza recitato nei teatri dell’omosessualità.
Ma aveva trascurato un dettaglio. Non avrei bevuto quel vino. Il mio ficus si sarebbe sacrificato per me. Ormai mi sentivo una lucida macchina da guerra. Ed io combatevo la mia personale guerra in difesa della felicità e della dignità di Francesco.

Come era possibile? Avevo bevuto solo il primo bicchiere. Gli altri ero riuscito a svuotarli: due nel lavandino della cucina, altri due nel water e gli altri nel vaso. Il tutto senza che Luca se ne accorgesse. Eppure la testa stava diventando via via più leggera. Gli occhi pesanti, come se qualcuno stesse facendo pressione con i pugni. E sentivo i riflessi rallentare. Un crescendo che prevedevo non mi avrebbe lasciato scampo. Era arrivata la domanda alla quale non sapevo rispondere. Cominciavo a balbettare cercando di arrancare una risposta. Ma non sapevo assolutamente cosa mi era stato chiesto, nè avrei saputo cosa rispondere. Nemmeno arrampicandomi sugli specchi. Stavo per essere mandato al posto accompagnato da un bel quattro e un invito a studiare di più.

Cercando di vincere lo stato di torpore in cui stava cadendo il mio cervello, cercai di ripercorrere con la mente gli istanti precedenti. Aveva insistito perchè fosse lui a stappare la bottiglia e a mescere il vino nei calici. Poi quel retrogusto. Non avevo dato peso. Capita qualche volta che il sughero del tappo si deteriori. Stupido! questo figlio di puttana me l’ha fatta! Ha messo qualcosa nel mio bicchiere!
Mentre la consapevolezza di quello che era successo era stata raggiunta, la perdevo per quel che stava per accadere. Sentivo di non avere più il controllo. La mia capacità volitiva non riusciva più a trovare attuazione. Non comandavo più il mio corpo pur mantenendo uno stato mentale vigile. Qualsiasi cosa fosse, quella maledetta sostanza mi aveva soggiogato.

Il resto, sebbene lo ricordi come un film dai fotogrammi sbiaditi e consumati dal tempo, andò esattamente come lui si era aspettato. Luca mi ebbe. Con foga animalesca. Per assurdo, quello che ricordo chiaramente è il suo sorrriso trionfante quando fu fuori di me. Il sorriso della belva che, catturata la preda, la trascina con elegante fierezza fino alla tana, ricevendo gli onori degli altri componenti del branco.
Mi lasciò in stato di semicoscienza. Si rivestì e se ne andò. Io rimasi lì, steso. Lì, dove mi aveva avuto. Lì, dove gli occhi freddi e indiscreti delle telecamere avevano spiato tutto e le orecchie sfacciate dei microfoni avevano sentito ogni più intimo gemito di quella serata.

Continua a Credo mi voglia (terza parte)


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